
San Giovanni si festeggia il 24 giugno. Sì lo so è passato più di un mese.. ma per certe cose è necessario lasciar raffreddare un po’… prima di servire il post.
Da Scuola Steiner Milano:
“Le notti sono più corte e le giornate lunghe: la natura è al culmine. Eppure da quel momento in poi fino a mezzoinverno , la luce comincia a ritirarsi e le tenebre avanzeranno, finché la promessa della primavera e la pienezza dell’estate non cederanno il passo ai profumi agrodolci dell’autunno e al primo gelo dell’inverno”
Richard Heinberg
Mentre durante il Natale l’essere umano volge tutto se stesso verso la propria interiorità, la propria anima, per riscoprirne ogni volta l’essenza, il proprio destino, ricercando ispirazione e suggerimenti nelle dodici notti sante, così a San Giovanni l’uomo volge tutta la sua attenzione alle meraviglie del creato: colori, gioia, allegria, leggerezza si accompagnano all’anima umana portando un magico equilibrio, una stupenda armonia tra interiorità ed esteriorità umana ed è in questo incontro che l’essere diviene cosmico, che può abbracciare dentro di sé l’intero creato e compiere il proprio cammino di trasformazione.
La festa di San Giovanni era molto sentita in passato e veniva considerata il Natale dell’estate. Si credeva che nella notte avvenissero prodigi e meraviglie. Per questo veniva acceso un falò e si bruciavano erbe odorose per allontanare folgori, tuoni, demoni e tempeste.
“ I fiori così come i fuochi di mezzaestate erano ritenuti in grado di trasferire agli uomini parte dello splendore e del calore del sole che li investiva per un certo periodo di poteri straordinari che consentivano loro di curare le malattie e di smascherare ed evitare tutti i mali che minacciavano la vita dell’uomo “ scrive l’antropologo inglese James Frazer.
In Italia e più precisamente in Sardegna veniva celebrato il rito “Compari e comari di San Giovanni”. Già nel mese di marzo i giovani del villaggio si presentavano alle ragazze che intendevano maritare chiedendo loro se volevano diventare la propria “comare”. Se l’invito veniva accettato le comari prendevano un vaso di sughero e vi seminavano del frumento. Se questi germogliava la notte di San Giovanni la coppia vestita elegantemente, andava in corteo fino alla porta della chiesa e scagliava il vaso contro la porta. Poi tutti si sedevano in circolo sull’erba e mangiavano uova ed erbe passandosi una coppa di vino; danzavano in cerchio accompagnati dai flauti fino all’alba.
La nostra festa di San Giovanni è stata proprio “illuminate” sotto aspetti molto diversi eppure strettamente interconnessi.
Il punto culminante della festa prevede il salto del fuoco: un adulto con un bambino per mano prende la rincorsa e salta un fuocherello (non quello che si vede nella foto, che era insaltabile
. Cesare, che era rimasto per mano a me fino a pochi istanti prima, coglie un’incitazione e si lancia correndo da solo. Salta ma ricade appoggiando il braccio sulla brace ardente.
In un istante l’ho preso e portato ad una fonte. Mentre urlava per il dolore e lo spavento io lo tenevo lì, fermo, con il braccio sotto l’acqua, e in me avveniva una specie di sdoppiamento. Ho sentito preciso e terribile il dolore che non avevo mai percepito quando a quattro anni mi sono “data fuoco” spegnendomi un fiammifero sulla gonna di tessuto sintetico. In quell’occasione ricordo perfettamente di essermi staccata da me, riuscivo a vedere tutto il film di ciò che stava succedendo, come se fossi stata a un paio di metri d’altezza. Mi sono vista correre verso la mamma, le persiane verdi del salone dove tutti stavano guardando il Gran Premio, lei che mi abbraccia, per spegnermi. Le prime medicazioni con l’olio e una pomata dal tubetto giallo, stracci di stoffa. Stracci che mi avvolgono mentre in braccio alla mamma corriamo in ospedale, in macchina. Il babbo guida la 131 celeste. Niente dolore. Non si sente nei film. Non ho mai sentito nemmeno quello delle innumerevoli medicazioni, in un mese di ospedale. Mi hanno raccontato le mie urla, che si sentivano a piani di distanza. Ma io non lo ricordo. Ricordo invece l’immagine della stanza. Bianca, con le persiane semichiuse per non far entrare il caldo dell’estate, ricordo la solitudine. Ricordo il nonno Italo (auguri, oggi sarebbero 98!) che mi portava il suo sorriso, le sue braccia magre e abbronzate sotto la camicia che sembra appesa, e una bottiglia di vino fragolino (possibile che ce ne bevessimo insieme una intera??, fatto sta che quando se ne andava ero più leggera, evanescente). Ricordo poi il babbo che mi porta via, con le minacce del primario, verso l’ospedale grande a Roma, dove mi salvano la gamba quasi in cancrena, e mi rinchiudono in una galera. La stanza, chiusa da un cancellino scorrevole, bianco, sverniciato. Sei letti che a me sembravano enormi, come arche su cui eri solo, isolato da tutti; con le sbarre, a cui mi legavano la notte. I letti erano tutto il nostro mondo conosciuto, li riempivamo dei nostri affetti, bambole, un cavallo nero di plastica che adoravo, gli stivali che la mamma, nei suoi pellegrinaggi nelle interminabili ore in cui era tenuta lontana da me, mi aveva comprato. La vedevo un’ora al giorno. Per un mese, o più, non ricordo. Ricordo il tavolino rosso in mezzo alla stanza, piccolo, da bambini, sporco di cerchi di latte lasciati da grandi tazze della colazione. Ricordo infermiere bianche, senza affetto, dai gesti violenti, carceriere.
E poi tanti anni passati in giro per ospedali, dieci operazioni, anestesie, punti, pelle maltrattata e sfigurata, medicine, troppe, date con leggerezza, poca cura per l’anima, per grandi e piccoli.
E’ stato come avere una doppia vita. Da una parte una bambina che cresceva, dall’altra una malata che pellegrinava su un sentiero fatto per malati, dove si parla un altro linguaggio, si vedono altre cose, si incrociano altre vite, si annusano altri odori. Si convive col dolore, la morte, il cinismo, la compassione, una vita da grandi.
Mentre tenevo in braccio Cesare sapevo benissimo cosa dovevo fare. Ascoltavo qualche genitore che spaventato dalle sue grida mi suggeriva di portarlo in ospedale, c’era anche una gentilissima infermiera (olandese?) che ho ringraziato per la sua sollecitudine. Ma i suoi consigli non mi hanno sfiorata. C’era al mio fianco Monica, ha capito benissimo che doveva lasciarmi fare, pur facendo tutto quello che poteva. C’era Enrico, che con le sue conoscenze di naturopatia è stato un Angelo Custode a cui mi sono affidata naturalmente. C’erano tutti quelli che ci dovevano essere. Per “vedere”, ognuno nella misura giusta per lui.
E Cesare mi ha illuminata. Ho sentito una luce venirmi da dentro, è stata una catarsi che mi ha bruciata attraverso il suo dolore che finalmente ho sentito mio. Era anche mio, me ne sono riappropriata, l’ho vissuto, e in quel momento sono guarita. La cicatrice che nessun medico si era mai nemmeno sognato di suturare, di curare, è scomparsa. E io ho sentito che un cerchio si era finalmente chiuso. E con un bel fiocco (cit. Paola)!
Cesare e la sua ustione:
L’ustione di Cesare era di secondo grado, si sono formate delle bolle quasi subito. Non ho fatto delle foto e non le avrei nemmeno postate, perché un’ustione grave è molto brutta da vedersi. Abbiamo messo il braccio sotto acqua fredda corrente per almeno 15 min. Abbiamo tagliato la camicia bagnata di Cesare con un paio di forbici e lo abbiamo avvolto in una sciarpa grande di cotone (Grazie Giovanna!). Poi abbiamo somministrato alternativamente Cantharis e Arnica Montana in globuli. Abbiamo ricoperto la parte ustionata con Gel d’Aloe al 98% (ESI) e SVENTOLATO con un ventaglio prontamente fornito da Aurora (Grazie!!!!) per più di due ore: la sensazione di fresco del ventaglio era l’unico sollievo al dolore per Cesare. Enrico mi ha anche fatto spalmare Arnica Compositum (Heel). Dopo un paio d’ore in cui Cesare non ha mai smesso di piangere, abbiamo cosparso con uno strato molto alto di Gel d’Aloe e fascito con garze e fascia elastica. Appena saliti in macchina Cesare si è addormentato (erano circa le 10 di sera) e si è risvegliato il mattino dopo verso le 8 in Puglia (già.. per l’appunto dovevamo partire per il mare!!). La fortuna ha voluto che nei successivi 15 gg di mare, il braccio di Cesare è stato sempre “a mollo” in acqua salata, debitamente fasciato, e quindi non si sono mai formate quelle croste che poi diventano cicatrice. La sera e la notte sfasciavamo tutto (ma essendo la benda bagnata non era un’operazione dolorosa) mettevamo Arnica della Heel e Gel d’Aloe e la mattina rimettevamo la benda per andare al mare.
DOPO ESSERSI ADDORMENTATO CESARE NON SI E’ PIU’ LAMENTATO PER IL DOLORE!
Ad un mese di distanza il braccio di Cesare presenta segni praticamente invisibili, delle macchioline un po’ più chiare nella pelle dove c’erano le bolle più profonde, ma un risultato che a me sembra a dir poco miracoloso, rispetto alla “mia cicatrice”!
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