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Ieri ho rivissuto come ogni anno il travaglio della nascita di Ettore. La giornata scorreva ed era come vivere contemporaneamente in due film diversi: mentre andavo a Lucca a comprare stoffe, 4 anni fa facevo il ciambellone. Mentre facevo la spesa, 4 anni fa partivano le prime contrazioni e mi ricordo la luce di un sole bellissimo che entrava dalle finestre. Il pomeriggio è stato agitato e confuso, 4 anni fa uguale. La sera nervosa come una fiera che cerca la tana, 4 anni fa idem: peccato che mi sia toccato il palcoscenico della sala parto, con un pubblico non pagante e non richiesto di imprecisate persone ad assistere. Luci fortissime, manovre di Kristeller, voglia di fuggire, la placenta scaraventata con sadismo nel bidone dell’immondizia, Ettore portato via (menomale con Antonio alle costole) a fare chissà quali inutili esamini e bagnetti, calci all’ostetrica maleducata che mi ricuciva lacerazioni inesistenti. Ci ho messo quasi 2 anni per riprendermi da quella notte di non-ascolto.., quando ho partorito Cesare. Ma questa è un’altra storia..

Stamattina mi sono svegliata con il braccio pieno di un bambino di 4 anni, col suo respiro soffiante, di uno che di notte combatte mille draghi. Di giorno li combattiamo insieme. 4 anni fa la sensazione più bella, in quel posto così sterile e freddo, è stata svegliarmi con quel fagottino odoroso sotto l’ascella (mentre le ostetriche e le altre mamme mi guardavano come un animale strano, perché non capivano il fatto che non volessi mollarlo nella cullina. Povere loro.). Mi ricordo che ho guardato sorgere l’alba dal finestrone accanto al mio letto, pensando che avevo un tesoro impensato lì accanto a me, che viveva per la mia pelle, per stare con me, che io ero il suo mondo, ora.

Ricordo ogni millisecondo di quella prima mattina, 4 anni fa, come ora.

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